LA TEORIA DI DOW

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Charles Dow fu un giornalista americano che, nel 1882 insieme al suo socio Edward Jones, fondò la Dow Jones & Company che, nel 1884, pubblicò il primo indice di mercato composto dai prezzi di chiusura di 11 titoli, precursore di quello che oggi è riconosciuto come il barometro più importante dell’attività nel mercato azionario e che resta, a distanza di più di un secolo, uno strumento di importanza fondamentale per gli analisti tecnici. Inoltre, fu il fondatore del famosissimo Wall Street Journal, noto, oggi, come uno dei più importanti quotidiani finanziari al mondo, che lo stesso Dow utilizzò per divulgare una serie di articoli in cui erano raccolte una serie di osservazioni inerenti i comportamenti dei mercati finanziari, analizzati mediante l’utilizzo di grafici, che visti nel loro complesso diedero vita ad una vera e propria teoria. Molti tecnici e studiosi dei mercati finanziari ritengono che si deve proprio a lui ed alla sua teoria, proposta nel periodo a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, la nascita e la divulgazione dell’analisi tecnica. Il suo lavoro fu applicato agli indici del mercato azionario che lui stesso aveva creato; comunque la maggior parte dei concetti di analisi da lui formulati sono estensibili a tutti gli indici. Si resero conto che Dow ebbe sviluppato una vera e propria teoria economica solamente quando, dopo la sua morte, furono raccolti, catalogati e ristampati i numerosissimi articoli comparsi sul Wall Street Journal. Il valore di questa teoria per il mercato azionario fu paragonato a quello che ebbe la teoria freudiana nell’ambito della psichiatria.

PRINCIPI FONDAMENTALI

  1. Gli indici scontano tutto. Questa è una premessa basilare per la corretta comprensione della teoria di Dow, che si fonda sulla convinzione che negli indici di borsa sono già incorporati tutti quei fattori (fondamentali, politici, psicologici,…) che influenzano la domanda e l’offerta, determinandone il suo andamento. Ciò ad esclusione ovviamente, di tutto quanto non è prevedibile, come, ad esempio, terremoti o calamità naturali. In pratica tutto ciò che non può essere anticipato dal mercato, viene scontato e quasi immediatamente assimilato nei prezzi.
  2. Il mercato ha 3 trend. Prima di procedere nella distinzione è importante chiarire la definizione di trend: un trend rialzista comporta lo sviluppo di una formazione con massimi e minimi crescenti; mentre un trend ribassista comporterà l’esatto contrario, ovvero massimi e minimi decrescenti. Veniamo ora ad analizzare le tre categorie:
    • Trend primario: dura per più di un anno, forse anche per diversi anni;
    • Trend secondario: rappresenta solo la correzione del trend primario con una durata media che va da tre settimane a tre mesi e costituisce solitamente da 1/3 a 2/3 dell’ampiezza totale del trend precedente (solitamente il ritracciamento è del 50%);
    • Trend minore: solitamente dura meno di tre settimane e rappresenta le fluttuazioni più brevi del trend secondario.
  3. Il trend primario ha 3 fasi:
    • Accumulazione: creata dagli acquisti degli investitori più astuti e informati quando ritengono che tutte le notizie negative siano ormai state assimilate nel mercato;
    • Partecipazione pubblica: durante la quale molti dei trend-followers prende posizione, i prezzi iniziano a salire e le notizie economiche sono sempre più positive;
    • Distributiva: quando i giornali riportano notizie societarie sempre più positive, il volume speculativo accelera e gli investitori più informati, che avevano cominciato ad accumulare proprio quando nessun altro voleva comprare, cominciano a distribuire titoli quando nessuno sembra intenzionato a vendere.
  4. Gli indici si devono confermare a vicenda. Questo principio faceva riferimento agli indici industriale e ferroviario che erano pubblicati ai tempi di Dow. Secondo lui importanti segnali di forza del trend primario si verificavano solamente quando entrambi gli indici si davano reciproca conferma: superando il precedente massimo, per confermare l’avvio o la continuazione di un mercato rialzista, oppure il precedente minimo, per confermare l’avvio o la continuazione di un mercato ribassista. Non era obbligatorio che tali segnali si manifestassero contemporaneamente, ma era necessaria una certa vicinanza temporale.
  5. Il volume deve confermare il trend. Secondo Dow, anche se riconosceva al volume un valore secondario, può essere utilizzato per avere delle conferme sui segnali dei prezzi. Il volume deve espandersi nella direzione del trend primario. Se il trend primario è al rialzo, i volumi dovrebbero aumentare quando i prezzi salgono, mentre, dovrebbero diminuire quando i prezzi scendono. Al contrario in un trend ribassista, i volumi dovrebbero aumentare quando i prezzi scendono, mentre, dovrebbero diminuire quando i prezzi salgono. In ogni caso, come anticipato precedentemente, il volume è solamente un indicatore secondario.
  6. Un trend è in atto fino a che non esiste un segnale definitivo di inversione di tendenza. Naturalmente non è facile riconoscere un segnale d’inversione, in quanto, statisticamente parlando, è molto più probabile la continuazione del trend. In effetti, la difficoltà più grossa per chi segue questa teoria sussiste nel distinguere una normale correzione secondaria dall’inizio di un inversione del trend primario a causa dell’esistenza di una molteplicità di vedute, anche molto diverse tra loro, relative all’individuazione di un effettivo segnale d’inversione , di cui non parlerò adesso per non dilungarmi eccessivamente.

Tra le critiche che sono state mosse a questo approccio, per molti operatori, vi è la mancanza di tempestività dei segnali, poiché gran parte del movimento viene perso prima che il segnale sia dato, ad esempio un segnale d’acquisto viene dato solo dopo il superamento di un precedente massimo intermedio viene superato. Bisogna però ricordarsi che la teoria di Dow non ha mai voluto anticipare il trend, bensì quello di evidenziare l’emergenza dei maggiori mercati a rialzo e a ribasso e catturare un ampia fetta degli ampi movimenti di mercato. Per concludere, chi giudichi tale teoria inadeguata a catturare il massimo o il minimo del momento dimostra una scarsa comprensione della teoria del trend-following.

Per approfondimenti cfr. John J. Murphy, “Analisi tecnica dei mercati finanziari”, 2 ed., Hoepli, 2002.

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