Unicredit e Intesa Sanpaolo siglano accordo per ristrutturare crediti

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I due maggiori gruppi bancari del Paese, Unicredit e Intesa Sanpaolo, han da pochi giorni diffuso dati di bilancio particolarmente preoccupanti, presentando rispettivamente un risultato netto negativo di 14 e di 4,5 miliardi di euro.

A frenare le performance e la redditività degli intermediari italiani contribuisce fortemente il peso dei cosiddetti “crediti deteriorati”, ossia tutti quei finanziamenti in varie forme erogati ad imprese, famiglie, enti il cui ritorno è considerato incerto, improbabile o nei casi più gravi impossibili.

Per Unicredit gli accantonamenti su crediti nel 2013 sono stati 13,7 miliardi, in crescita del 46,8% rispetto all’anno precedente per Intesa Sanpaolo più di 7 miliardi, a fronte di 4,7 nel corso del 2012.

La presenza di “bad asset” negli attivi sicuramente frena la possibilità di concedere nuovo credito all’economia, anche in vista dell’adeguamento ai sempre più stringenti requisiti sul capitale imposti alle banche da Basilea 3 (in poche parole si richiede di accantonare capitale a fronte dei crediti detenuti e il capitale aumenta all’aumentare della rischiosità di tali crediti).

In questo contesto si inserisce l’accordo siglato dalle due grandi banche con Alvarez & Marsal, leader internazionale nell’attività di consulenza e supporto ad aziende in fase di ristrutturazione o di rilancio, e KKR, una delle principali società di investimento a livello internazionale, che gestisce a livello grandi fondi di private equity. Secondo il comunicato stampa congiunto diffuso questa mattina (22/04/2014) dalle due banche, obiettivo dell’accordo sarà lo sviluppo di una “soluzione innovativa finalizzata a ottimizzare le performance e massimizzare il valore di un selezionato portafoglio di crediti”.

Non si conoscono ancora i dettagli sulle caratteristiche tecniche della partnership.

Quello che si spera è che possa andare nella direzione di migliorare la qualità degli assets posseduti dalle nostre grandi banche, contribuendo a liberare quella liquidità necessaria per riportare le risorse finanziarie a scorrere tra le nostre imprese e le nostre famiglie, nonostante le sempre più stringenti normative prudenziali a livello internazionale e nonostante le tasse, sempre maggiori, che i nostri governi impongono anche alle banche. Se la “bad bank” all’italiana consentirà di recuperare risorse, spezzando il circolo virtuoso del credit crunch, possiamo accoglierla con fiducia, in attesa che la domanda e l’offerta di risorse finanziarie ritornino a crescere facendo ripartire il mercato del credito, quello sano.

 

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